LA TROTA DEL PRINCIPE
Maurizio Chiossi



Rabbrividisco e mi stringo le gambe fra le braccia. Sono seduto fra questa folta e morbida erba. A guardarla mi ricorda le prateria di posidonia dell’Elba. Il sole sta scendendo dietro le colline rendendo la luce di questo luogo unica al mondo. L’acqua del fiume si è fatta scura come l’inchiostro e mille rigiri la cesellano come fosse una preziosa superficie.

Questo fiume è ancora misterioso e straordinario per me. La variopinta vita che lo anima non ha paragoni rispetto ai fiumi che ho conosciuto sino ad oggi. E’ la seconda volta che lo pesco. La prima è stata un’esperienza di straordinaria bellezza, quasi una forma d’ebbrezza. Non avevo mai visto tante varietà d’insetti e tanta intensità di schiusa. La popolazione ittica è composta prevalentemente da splendidi temoli dai colori accesi e dalla straordinaria energia.

Le nuove mosche in lepre e C.d.C. hanno dato risultati stupefacenti, anche se l’insidia rappresentata dai mille rigiri che segnano la superficie è grande. E’ come se un misterioso sistema venoso animasse l’acqua di mille venature. I microscopici vasi capillari, resi vivi dalla corrente, infliggono impercettibili brividi ai leggeri bocconi che viaggiano sull’acqua, determinando inevitabili dragaggi. Il primo pesce che ho catturato in queste acque, è stato un bel temolotto di una trentina di centimetri. Il sole che lottava fra le nuvole, mi regalò uno dei suoi raggi e questo fece esplodere la pelle squamosa del pesce in mille colori. Il pesce aveva combattuto con forza ed energia. La lunghezza non certo reale, era compensata da una corposa pancia da commenda, a testimonianza di una mensa a disposizione, quella sì da re! La forza e l’energia espressa nel combattimento era stata eccitante ed il profumo che emanava dal suo corpo intenso di timo.

Mi guardai intorno in cerca di vita. Il silenzio intorno a me è assoluto. Un paio di curve più a valle Massimo sta pescando, nascosto alla mia vista. Il traffico della strada che fiancheggia il fiume è sparuto e lento. E’ come se qui, il tempo, si fosse fermato al 1970. Poche sono le auto che ho visto passare sullo stretto ponte sotto il quale mi sono seduto. All’improvviso il suono di una potente bollata mi toglie dai miei pensieri. Una grande effimera bruna passa sulla vena centrale della corrente, la distinguo perfettamente mettendomi in controluce. Aumento il tippet a 5x e lego una grossa effimera in C.d.C. bruna con le ali blue dun. Intanto lo specchio d’acqua a valle del ponte si è animata di vita. Trote, grosse trote si stanno alimentando freneticamente. Lancio trasversalmente la corrente senza avere le idee chiare su quale pesce puntare. La mia mosca finisce la sua passerella fra la generale indifferenza degli abitanti del fiume.

Lancio ancora nel mucchio. L’indifferenza verso le mie mosche impera. La luce sta calando rapidamente, da sotto la curva mi arriva un: “Vacca boia!” che mi segnala che il mio amico si sta divertendo. Cambio un altro paio di mosche, mentre la luce si affievolisce inesorabilmente. Vedere le mosche comincia ad essere un problema. Mi passo una mano sulla fronte facendo uno sforzo per recuperare freddezza e lucidità. Di fronte a me è un festival di bollate e tuffi ed io sono sull’orlo di cappottare al coup du soir!

Smetto di lanciare e cerco di distinguere cosa caspita stiano mangiando! Le mie conoscenze entomologiche sono ancora elementari ma sufficienti per comprendere che sono nel bel mezzo di una schiusa mista spettacolare. Sono disperato, quando vedo una grossa trota ghermire un grosso boccone.
Passa una grossa effimera poco distante da me e riesco a raccarglielo. La piccola pila mi aiuta a capire che sì è bruno ma tendente al rossiccio! Estraggo una grossa mosca in C.d.C. rossiccia con le ali bianche.
La luce non è più sufficiente, prego in silenzio di riuscire a legarla al tippet velocemente. Il dio del fiume mi da ascolto ed al terzo tentativo è legata!

L’adrenalina mi fa tremare le mani, le zanzare mi stanno divorando, ma non riescono a soffocare il killer instinct che mi ha pervaso. La grossa trota bolla ancora, lancio un metro e mezzo sopra l’area di bollata, la mosca scende bene ed il candido ciuffo si distingue alla perfezione. Mentre mi passo la lingua sulle labbra, wham, bollata! Ferro con violenza e, merda! Quello che ha bollato sulla mia imitazione è una trotella kamikaze! Libero il pesciolino e pulisco la mosca in acqua. Asciugo per bene la mosca. Il trotone ha bollato ancora. Mentre volteggio decido di accorciare il lancio ad un metro sopra la bollata, anche meno. La mia indecisione fa venire fuori una posa raggruppata. Nella mente mi balena l’idea di tirar fuori la mosca e tentare un’altra posa. Lascio fare.

E’ un gorgo quello che si forma sotto il mio effimerone, quando la grossa trota che avevo individuato bolla. Ferro, il ronzare del mulinello mi avverte che quella è partita a razzo verso il sottoriva di fronte. Se si butta fra le radici, sono un uomo morto! Blocco la fuga, ma non oso recuperare un solo centimetro di coda. Il grosso pesce sta pompando alla grande. Ad un certo punto la tensione della coda manca. Mi sento svenire. Recupero coda velocemente, ma all’improvviso il pesce riparte. Il mulinello ronza, la trota ha preso la corrente a scendere! Quando mi passa davanti gobba sull’acqua. Se perdo questo pesce mi sparo. Il pesce si dirige verso gli alberi del sottoriva, ci sono un milione di radici sotto l’acqua in cui nascondersi.

La metto giù dura e comincio a recuperare coda e la blocca a metà del fiume. La coda perde tensione, il sudore scende a fiotti senza pudore e ritegno! Recupero velocemente, siamo alla resa. Comincio a portare a riva il pesce. Il dorso è nero, è una fario di rara bellezza. M’inginocchio sulla ghiaia fine nell’acqua bassa, la mia mosca si è conficcata in profondità nel palato del pesce.

Moromoro fra me e me: <<Vediamo di non far cazzate!>> Prendo le pinze e delicatamente saggio l’amo. E’ conficcato in un osso, di sicuro, non ha l’ardiglione, ma è conficcato dannatamente bene.
I denti della trota mi fanno sanguinare le dita. Mantengo la calma e la grossa trota collabora rimanendo tranquilla. E’ esausta o forse ha capito che non voglio farle del male. Con la punta delle pinze riesco ad insinuarmi sotto la curvatura dell’amo, cazzo bel colpo! Faccio leva forzando progressivamente, l’amo cede ed io posso estrarlo delicatamente. Sono esausto, mi siedo a fianco della trota e, dopo averla presa per la coda, comincio a pomparla. Dopo qualche istante la sento reagire, il suo spirito di sopravivenza ha il sopravvento sul torpore. La vita torna a fluire nel corpo della mia preda ed io allento la presa. Quando la trota s’immerge nelle misteriose acque del fiume, una potente energia pervade il mio corpo fino a farmi urlare. Ho colto uno dei segreti contenuti nello scrigno del fiume e sono felice.

E’ una felicità infantile, di quelle che ti fanno dire: <<Sono stato bravo!>> di quelle felicità che ti fanno ricordare di quando stavi aggrappato alla camicia azzurra di tuo padre, mentre volavate insieme sulla Vespa e gridavi: <<vai forte papà!>>

Il buio è sceso, risalgo la riva illuminata dai fari dell’auto di Massimo:
<<Allora come è andata?>>
<<Fantastico, non ho parole è un fiume fantastico! A proposito, come si chiama questo ponte?>>
<<lo chiamano ponte Romano, ma in realtà prende il nome dal principe che governava questi luoghi, vedi quelle rovine? Sono quelle del castello del principe di Haasberg>>.