1998 Fuga dalla realtà
Fabrizio Moglia


Cominciammo a parlare di Alaska durante l’autunno 1997 ipotizzando, in un futuro tutto da definire, un viaggio dedicato alla pesca con la mosca in quello che, in base ai racconti di alcuni amici, appariva come l’eden dei pescatori. Fu con grande sorpresa che constatai la disponibilità di tre amici a partecipare ad un’esperienza di questo genere per cui iniziai una ricerca piuttosto approfondita, tramite internet, di possibili alloggiamenti ed itinerari. Dopo circa due mesi di corrispondenza elettronica con alcuni cortesissimi operatori alaskesi, di comune accordo con gli altri partecipanti, optammo per l’Emerald Cove Lodge situato a poche (si fa per dire) miglia da Valdez.
Tutto l’inverno, la primavera e parte dell’estate seguenti furono un continuo confronto sulle imitazioni preparate da ciascuno di noi, sulle attrezzature da pesca, su quelle fotografiche, sull’abbigliamento e quant’altro passava per la testa. Sicuramente furono lunghi mesi di attesa all’insegna della smania di partire ma anche del timore di trovare qualcosa di molto diverso da quanto immaginavamo.

Quando finalmente giunse il mattino del 5 luglio 98, quasi increduli, io, Alberto, Beppe e Livio ci trovammo all’aeroporto di Torino Caselle carichi di tutto quello che ci sarebbe bastato per un viaggio di alcuni mesi e non di dieci giorni. Partimmo con un volo KLM alle ore 10,45 alla volta di Amsterdam proseguendo poi per Minneapolis ed infine per Anchorage dove arrivammo alle ore 24 circa (ora locale) e quindi dopo 24 ore abbondanti di viaggio.
Ci aspettava una notte in città che trascorremmo in un attrezzatissimo Bed & Breakfast dove non riuscii a godermi le 4 ore di sonno previste per l’ansia di arrivare finalmente a destinazione. Il mattino successivo ci imbarcammo su un aereo ad elica della Era Airlines destinato a Valdez dove alle 7.30 atterrammo regolarmente dopo 45 minuti di volo e scrolloni.

Al terminal del minuscolo aeroporto ci aspettava Darrel, il nostro corrispondente che ci accolse in modo caloroso ed amichevole come se le missive elettroniche avessero creato i presupposti per un’amicizia nascitura.
Dopo aver caricato i nostri bagagli e tutte le attrezzature sul Suo Pick Up ci accompagnò in un negozio di articoli sportivi dove acquistare la licenza di pesca ed eventuali attrezzi che, però, erano già tutti presenti nel nostro voluminoso bagaglio. Espletate queste veloci formalità arrivammo al porto dove Darrel e Suo figlio Jeremy ci aiutarono a trasbordare tutto sulla veloce jetboat che ci avrebbe scarrozzati per i quattro giorni a venire.
Uscendo dal porto di Valdez, che è il centro nevralgico del Prince William Sound, osservavo le verdissime montagne che si ergono dal mare in un’alternanza cromatica difficilmente descrivibile mentre alcuni piccoli gruppi di lontre marine non prestavano la minima attenzione al passaggio della barca.

Dopo pochi minuti Darrel ci chiese se preferivamo andare al Lodge per posare i bagagli, fare una doccia e poi andare a pescare oppure il contrario. E’ inutile dire che all’unanimità decidemmo di andare a pescare così iniziammo a cambiarci in barca e, visti gli spazi angusti e la necessità di fare i turni, ci impiegammo quasi due ore. Nel frattempo Darrel ci comunicò che eravamo in prossimità di una buona zona per tentare la cattura di qualche Pink Salmon. Nell’arco di pochi minuti ci trovavamo all’interno di una baia con acqua immobile increspata solo dal piccolo torrente che vi si immetteva. Forse perché era il primo ma il posto ci lasciò per alcuni minuti estasiati dalla bellezza selvaggia che esprimeva in tutti i particolari. Oltre il limite dell’acqua azzurra e cristallina si stendeva una cornice di alghe gialle lasciate allo scoperto dalla bassa marea. La seconda cornice era di nere rocce laviche, la terza, decisamente più ampia delle precedenti, di erba palustre di un verde abbagliante. Tutta la morbidezza di questo scenario era circondato da una vegetazione impenetrabile che saliva sino alle pendici delle ripide montagne di nuda roccia che, a loro volta, si perdevano tra le nubi grigiastre. In tanta immobilità spiccava il movimento dei salti dei salmoni, delle cacciate delle foche e del volteggiare maestoso di alcune aquile dalla testa bianca. Dopo i primi minuti di estasi totale ci accorgemmo che eravamo circondati da immensi branchi di salmoni e quindi, dopo una veloce consultazione con Darrel circa il tipo di streamer più idoneo, effettuai il primo lancio in prossimità di un branco direttamente dalla barca. Lasciai affondare la coda di circa un metro e poi iniziai un recupero a piccoli strappi. Me ne furono consentiti due dopodichè vidi alcune sagome argentate staccarsi dal branco per inseguire la mia esca e quindi attaccarla con decisione. Il pink di circa 3 chili che avevo in canna era il primo salmone della mia vita e, dopo alcuni minuti di lotta, finì nell’ampio guadino sapientemente manovrato da Darrel. Dopo la foto di rito lo liberai e tornai a pescare notando un certo disappunto da parte dei nostri amici alaskesi, disappunto che compresi solo dopo un paio d’ore di pesca. Darrel, sino a quel giorno, non aveva mai ospitato pescatori con la mosca ed era fondamentalmente convinto che l’unico sistema di pesca efficace fosse lo spinning. Era loro desiderio, per cena, farci gustare il salmone appena pescato ed il rilascio del primo pesce, visto la poca fiducia nella pesca a mosca, aumentava di parecchio le possibilità di non avere pesce fresco per quella sera.
Fortunatamente il numero di catture cambio radicalmente il punto di vista dei nostri amici sulla mosca.
Le catture iniziarono a ritmo assolutamente incredibile e spesso ci si trovava in due o tre con un pesce in canna generando non poca confusione sulla barca. Dopo circa 3 ore di catture continue e dopo aver trattenuto 4 pesci per la cena, Darrel ci propose di cambiare zona per visitare un torrente che sfocia in mare ad una quindicina di minuti di barca dal punto in cui ci trovavamo. Accettammo con entusiasmo per la voglia di vedere un posto nuovo e, magari, di trovare qualche altro tipo di pesce oltre che per l’esigenza di pescare dal greto e non dalla barca.

Durante il breve trasferimento ci fu un vero e proprio assalto al frigorifero portatile che, giunti a destinazione, risultava parecchio più leggero.
Il posto era molto simile a quello precedente ma il torrente era decisamente più attraente, con lunghe spianate e veloci raschi. La profondità dell’acqua non andava mai oltre il metro ed il deflusso lentissimo permetteva di vedere perfettamente i pochi salmoni che avevano già iniziato la risalita. C’erano i soliti pink e, proprio al centro della prima spianata, pinneggiavano tranquilli alcuni grossi dog salmon che gli alaskesi hanno ribattezzato Chum. Darrel ci invitò a restare in attesa in quel punto mentre Lui ed il Suo fido Ruggen sarebbero andati un po’ a monte per verificare che non ci fossero orsi troppo vicini.
L’attesa fine a se stessa non mi ha mai entusiasmato per cui, anche se Darrel mi aveva spiegato che i Chum non si nutrono mai da quando entrano in acqua dolce, montai uno streamer più grosso ed inizia a lanciare ; ai primi due passaggi i salmoni non fecero il minimo movimento così pensai che andavano maggiormente stimolati ed al terzo lancio feci in modo che l’esca stazionasse più a lungo possibile proprio davanti al muso del salmone che mi sembrava il più grosso del gruppo.

Era più incredulità che sorpresa quando vidi lo streamer risucchiato dal grosso pesce. La ferrata mi confermò che si trattava di un grosso esemplare quindi richiamai l’attenzione dei miei amici per farli partecipi di quel grande pesce che stava lottando ormai da 20 minuti. Ancora alcuni minuti e ritornò Darrel che, forse più stupito di me, mi aiutò a salpare il Chum che fu destinato alla mia collezione di pesci imbalsamati. Per la cronaca era un pesce di oltre 9 chili.
Anche quell’episodio non fu casuale, infatti anche i miei compagni di viaggio ed amici, quel giorno catturarono alcuni Chum. Anche questo fatto fece aumentare in Darrel la considerazione per la pesca con la mosca.

Il resto della giornata, seppur prodiga di catture e di panorami stupendi è definibile ordinaria cronaca di pesca (in paradiso).

Verso le 18,30 partimmo alla volta del Lodge che raggiungemmo in poco meno di mezz’ora e qui ci trovammo in un ambiente bellissimo. Una grande costruzione in legno costituiva l’architettura che era nata, negli anni, attorno ad un vecchio bus ; questi era stato portato lì da Darrel come primo rifugio circa 15 anni prima ed ora, dall’interno del lodge, era ancora visibile ed era adibito a camera da letto patronale.

Il lodge era posto esattamente al limite superiore della marea per cui, a secondo dei momenti, si poteva osservare dal terrazzo o una grande distesa di alghe gialle oppure una quieta laguna, ovviamente invasa dai pesci.
Intorno all’edificio principale si trovavano quattro piccoli bungalow in legno contenenti un letto, una sedia, un appendino ed un termosifone ad olio. Bagno, doccia, cucina, sauna e quant’altro erano situati all’interno del lodge.

Tempo di sistemare i bagagli e di fare una doccia eravamo pronti per la cena. Nel lodge conoscemmo gli altri bravissimi gestori. La famiglia di Gary, il cuoco, era composta dalla moglie Sandy, graziosa giovane donna alaskese intenta a tutte quelle attività che in cucina erano utili a rendere il soggiorno degli ospiti più gradevole. L’altro componente della famiglia era Holly, una bimba bionda di 7 anni che, vista la giovane età, aveva solo il compito di suonare il campanaccio quando la cena era pronta.
Una nota a sé la merita Gary. Un uomo di almeno 150 chili, sempre seminudo per il gran caldo, a Suo dire, sempre dietro ai fornelli e sempre con una Camel senza filtro accesa.
Anche Lui, come Darrel, Jeremy e Dave si rivelò come un tipico alaskese, duro ma amichevole e sempre disponibile ad una battuta di spirito e ad un sorriso.

La cena ci insegnò che il salmone che siamo abituati a mangiare in Italia e che, ovviamente, proviene da qualche allevamento scandinavo, è esattamente come un pollo di allevamento. La carne dei pesci pescati nel pomeriggio era arancione intenso ed assolutamente priva di grasso, buona al punto che noi quattro ed i nostri amici alaskesi riuscimmo a mangiare ben 4 salmoni. L’unica pecca era l’assenza di vino così ci adattammo a bere birra.

Dopo cena, in attesa del buio che non venne, ci mettemmo a chiacchierare sul terrazzo osservando la marea che saliva rapidamente e quando, verso le 23, raggiunse il culmine ci apprestammo ad andare a riposare. Mentre chiudevo la porta della nostra capanna vidi un pesce saltare a non più di dieci metri da riva ma lo considerai un fatto casuale. Beppe invece prese una canna da spinning (le nostre erano sulla barca) e si incammino verso l’acqua. Ero talmente convinto che non fosse possibile prendere salmoni così vicino che cominciai a spogliarmi gridando a Beppe di chiamarmi se avesse avuto qualche abboccata. Mi ero appena tolto la maglia quando senti Beppe che chiamava ; in circa 8 secondi avevo reindossato la maglia ed ero sulla porta a guardare il mio amico con la canna piegata ed un pink salmon che saltava ripetutamente.
Presi un’altra canna e raggiunsi Beppe ed insieme pescammo sino alle 2 del mattino immersi nella penombra artica ed in una atmosfera irreale.
Così si concluse la nostra prima, lunga giornata in Alaska.

Il secondo giorno iniziò con una ricca colazione che, pur essendo prevista per le ore otto, cominciammo a consumare con una buona mezz’ora di anticipo tanto che alle otto eravamo già tutti pronti per partire, con tanto di stivali, giubbotti da pesca ed accessori vari.
La nostra seconda guida di quel giorno era Dave, un ragazzotto di 16 anni con un’aria decisamente gioviale ed il fare di un adulto. Dave e gli altri ragazzi del lodge, con le piccole lance in alluminio, ci trasportarono dalla banchina alla barca di Darrel dove, lo stesso, ci raggiunse entro pochi minuti con il suo solito cordiale sorriso e l’inseparabile termos di caffè bollente che, come diceva Lui, rendeva il mattino completo.

Partimmo in direzione non ben definibile e dopo circa 40 minuti di navigazione cominciammo a vedere in lontananza degli oggetti bianchi o azzurri alla deriva. Apparivano vicini ma era solo un’apparenza creata dall’eccezionale trasparenza dell’aria in questa zona incontaminata tanto che li raggiungemmo solo dopo altri quindici minuti di navigazione a 25 nodi.
Lo spettacolo, anche questa volta, risultò di una bellezza ammaliante specie per chi, come me, non aveva mai visto dal vero degli iceberg. Personalmente credevo, sino a quel momento, che tutti gli iceberg fossero bianchi oppure ingrigiti dal tempo invece constatai che quegli immensi blocchi di ghiaccio coprivano una scala cromatica che andava dal bianco immacolato al grigio antracite passando per tutta la gamma degli azzurri più o meno intensi. Navigammo a velocità ridotta per oltre un’ora tra i ghiacci scattando alcuni rullini di fotografie. Dopo questa fantastica esperienza Darrel volle offrircene un’altra e, spostandosi di poche miglia, ci portò di fronte ad un’isola dalle coste particolarmente aspre dove un’intera colonia di leoni marini stazionava per la riproduzione ed osservammo la moltitudine di femmine placidamente distese su una spiaggia di sassi in attesa che i grossi maschi completassero i combattimenti per stabilire i diritti gerarchici.

Era tutto particolarmente interessante ma, quasi all’unisono, io ed i miei amici chiedemmo a Darrel se era giunta l’ora della pesca. Darrel sorridendo ci disse che era parecchio tempo che si aspettava la domanda e partì per la nostra destinazione che distava pochi minuti da quel punto. L’obiettivo alieutico della giornata erano Dolly Varden, Red Salmon e Cutthroat.

La località in cui si fermò la barca era costituita da un dedalo di baie e piccole insenature con acqua molto profonda e due torrenti che sfociavano nel mare formando due scroscianti cascate alte qualche metro.
Lentamente accostammo la barca ad una delle cascate ed iniziammo a lanciare nella schiuma o nell’acqua tranquilla dell’insenatura ma vedemmo solo alcuni piccoli pesci seguire i nostri artificiali. Dopo alcuni tentativi infruttuosi cominciai ad osservare con maggiore attenzione per individuare eventuali pesci che, se il giorno prima apparivano in modo evidente, qui erano assenti oppure ben celati.
Dalla prua della barca vidi alcune sagome argentate appena sopra il primo gradino della cascata, in un corridoio in cui l’acqua correva veloce ma non schiumava. Con una coda ad affondamento rapido ed uno streamer piombato lanciai a monte di quelli che sembravano pesci ed osservai l’artificiale scendere velocemente verso l’obbiettivo. In prossimità della prima macchia chiara in corrente vidi l’esca sparire e, per istinto, ferrai. La reazione immediata all’altro capo della lenza fu un’esplosione di spruzzi ed un pesce che si buttava a capofitto giù dalla cascata per scendere nelle profondità dell’oceano sottostante.
Convinto di avere in canna un discreto salmone cominciai la lotta che si concluse dopo alcuni minuti dentro l’enorme guadino manovrato da Darrel. Fu non poca la sorpresa di vedere una Dolly Varden, che è esattamente identica al salmerino alpino, di due chilogrammi abbondanti. A quel punto iniziarono le catture da parte di tutti e catturammo alcune decine di Dolly di taglia variabile dai 35 ai 60 e più centimetri. Ogni tanto un pesce nettamente più potente degli altri piegava la canna di qualcuno e, dopo alcune rotture, ci accorgemmo che il branco era formato sia da Dolly Varden che da qualche raro Red Salmon ; questi ultimi, a dispetto del nome, di rosso non avevano proprio nulla e, nell’acqua, l’unico sistema per distinguerli dagli argentei salmerini era la taglia nettamente superiore e che arrivava sino ai 4 chilogrammi circa.
Darrel ci spiegò che i red, come d’altronde tutti i tipi di salmone, finchè stazionano in mare sono perfettamente argentati e che solo quando entrano in acqua dolce cambiano livrea. Le nostre guide, sostenendo che il red è il salmone migliore da mangiare, ne trattennero alcuni esemplari che avremmo gustato a cena.
Dopo alcune ore di proficua pesca nella zona delle cascate ci incamminammo verso la montagna alla volta di un lago distante circa un chilometro dal mare. Dopo la breve camminata ci trovammo di fronte ad uno specchio d’acqua di medie dimensioni e perfettamente immobile tanto da formare uno specchio in cui si riflettevano in modo assolutamente preciso le ripide pareti di roccia circostanti e la fitta vegetazione che faceva da cornice al lago.
L’acqua era trasparente ma la profondità e le rocce vulcaniche che costituivano l’invaso la facevano apparire completamente nera. Spostarsi sul lago con piccole barche dotate di motore elettrico, e quindi silenzioso, esaltava al massimo l’atmosfera di quiete assoluta presente.
La pesca non fu eclatante e catturammo alcune piccole Cutthroat pescando in superficie ; guardando quelle trote capii perché la traduzione letteraria del loro nome significa “gola tagliata”. La livrea è un miscuglio tra quella dell’iridea e quella della fario ma con due lunghe macchie scarlatte in corrispondenza della gola ed un particolare interessante è che sia le trote di 10 centimetri che quelle di 30 o più, sono perfettamente identiche, sia come livrea che morfologicamente.
Quando Darrel ci disse che era giunta l’ora del rientro ci rendemmo conto che la giornata era passata e nessuno di noi aveva mai guardato l’orologio, cosa piuttosto inconsueta per il nostro modo di vivere. Quando giungemmo in prossimità della barca osservammo un paesaggio completamente cambiato dalla marea che, nel frattempo, era salita di alcuni metri formando specchi d’acqua dove prima c’erano solo alghe e nascondendo tutte le piccole isole che affioravano sino a qualche ora prima. In uno dei piccoli, nuovi bacini si era concentrato un branco piuttosto numeroso di Dolly che provammo a pescare ancora per qualche minuto dopodichè salimmo sulla barca e partimmo alla volta del lodge. Durante l’ora circa di navigazione discutemmo allegramente con Darrel e Dave circa la giornata appena trascorsa, la cena ed il programma del giorno successivo.
Al lodge, dopo una corroborante doccia calda, consumammo la nostra cena e constatammo che le affermazioni dei nostri amici circa la bontà dei red salmon erano indiscutibili. La giornata si concluse con un’oretta di costruzione di mosche grazie al poco materiale portato da Beppe e ad un paio d’ore di pesca di fronte al lodge quando i salmoni cominciarono a saltare.
La stanchezza si fece sentire solo quando mi coricai alle 2 del mattino e crollai all’istante in un sonno profondo e sereno.

La mattina del terzo giorno si presentò come una splendida giornata di sole e, come già il giorno precedente, alle 8 eravamo già tutti pronti per partire. Alla prima tappa Darrel ci sorprese non poco in quanto fermò la barca in un fiordo di grandi dimensioni. La posizione prescelta non era situata vicino ad alcun torrente per cui non c’era, almeno in apparenza, nessun motivo per i salmoni di ammassarsi proprio in quel punto. Darrel ci spiegò che aveva notato, ormai da molti anni, che, nonostante l’ampiezza del fiordo in cui ci trovavamo, i pink in risalita stazionavano proprio in quella fetta di mare di circa 25 metri compresa tra la riva e la barca. Come al solito aveva ragione e cominciammo a catturare salmoni su salmoni ; qui la taglia media era un tantino superiore tanto che trattenni un esemplare superiore ai 3 chili per la mia collezione.
Dopo un pranzo al sacco di cui ricordo in modo preciso la mostarda offertami da Jeremy, ci avviammo verso la meta pomeridiana costituita da un piccolo torrente situato ad oltre un’ora di navigazione. Durante il tragitto cominciammo a discutere con Darrel circa l’impatto ambientale provocato dall’affondamento della Exxon Valdez, la grande petroliera che, a seguito della collisione con uno scoglio affiorante aveva riversato in mare tonnellate di petrolio. Io ricordo che nel 87, anno della sciagura, tutti i mass media parlavano di quello che è stato catalogato come il più grave incidente ecologico della storia. Parlando con Darrel mi resi conto che la realtà era parecchio diversa e che il disastro ambientale, fortunatamente, era stato di proporzioni enormemente più basse rispetto a quelle divulgate e che, per i pochi abitanti del Prince William Sound, l’incidente ha rappresentato una fonte di reddito molto importante. Darrel ci spiegò che a soli due anni dal disastro non era rimasta alcuna traccia del petrolio e che la vita marina non aveva subito alcuna variazione e, mentre parlava, virò con la barca in direzione del punto in cui si verificò l’incidente.
Dopo alcuni minuti ci trovammo di fronte ad una torretta di segnalazione posta su uno scoglio sommerso da alcuni metri d’acqua. Appena fermammo la barca un branco di cinque o sei leoni marini cominciò a nuotare ed a giocare intorno a noi quasi a voler confermare le parole di Darrel. Dopo le foto alle foche ed al punto in cui si era inabissata la petroliera ripartimmo alla volta del torrente che raggiungemmo in breve tempo. Si trattava di un minuscolo torrente con acqua trasparente e corrente sostenuta ma con profondità mai superiore al metro a larghezza massima di sei metri.
Anche qui ci fermammo con entusiasmo a guardare grandi quantità di Chum in risalita in quel minuscolo corso d’acqua. Il torrente scorreva in un alveo di ghiaia a grana grossa ed è circondato da ripide pareti di roccia adorna di vegetazione verde smeraldo e da alcuni grandi conifere. Su alcuni alberi erano appollaiate le splendide aquile dalla testa bianca che osservavano senza scomporsi per il nostro passaggio. Quando iniziammo a pescare ci rendemmo conto che era tutto troppo facile visto la grande quantità di pesce in così poca acqua e dopo alcune catture di chum di taglia notevole ci spostammo alla foce dove, grazie alla maggior massa d’acqua, la pesca era un tantino più impegnativa e qui catturammo alcuni pink ed alcuni chum. Ricordo un azione che per un pescatore è abbastanza inconsueta. Stavo pescando vicino a Livio, un amico che pescava a mosca da soli sei mesi, quando allamai l’ennesimo grosso chum salmon ; considerando che l’amico non aveva ancora catturato grandi pesci e che lo consideravo un mio “allievo” visto le tante serate invernali passate in palestra per insegnargli i rudimenti del lancio, istintivamente, gli passai la mia canna con il grosso pesce attaccato. Credo che quello fu il primo combattimento tra Livio ed un pesce davvero potente. In quell’istante ebbi la assoluta certezza che la cattura è solo una componente della pesca e la certezza mi fu data dalla gioia che provai nel vedere un amico recuperare un “mio” pesce.
Come sempre la giornata trascorse troppo velocemente e, tra una cattura ed un’altra, giunse l’ora del rientro. La serata fu sostanzialmente uguale alle precedenti ;l’unica variante al tema fu creata da Gary che, in onore degli ospiti italiani, ci annunciò che gli spaghetti erano quasi pronti.
Fummo colti da un certo timore sia per una cena non in linea con le nostre aspettative, sia per la paura di offendere Gary. Devo dire che i nostri preconcetti sul modo di cucinare gli spaghetti degli americani furono decisamente fugati dal piatto preparato dal nostro amico e cuoco. L’unica cosa sbagliata era la quantità che invece che per quattro sarebbe stata sufficiente per quattordici.

L’alba del quarto giorno ci trovò leggermente meno arzilli un po’ per la stanchezza ma, soprattutto, perché sapevamo che nel pomeriggio avremmo cambiato destinazione e avremmo lasciato Darrel che, ormai, consideravamo un amico.

Per l’ultimo giorno in Sua compagnia Darrel ci portò nel posto più bello che avessimo mai visto. Ci informò che saremmo andati a pescare in una zona chiamata “terra degli orsi” e, oltre al Suo ottimo cane, si armò di tutto punto ; come tutti i turisti, prima di partire, ci scattammo a vicenda alcune fotografie stile “Rambo” .

Dopo circa un’ora di barca ci trovammo in un punto dove un torrente piuttosto ampio entrava in mare. Qui scendemmo dalla barca e, dopo aver guadato il torrente, ci disponemmo due per ogni sponda ed iniziammo a pescare in mezzo ad immensi banchi di pink e dog salmon in un ambiente fantastico dove l’acqua dolce e quella salata si mescolavano.
I grandi raggruppamenti di pesci stazionavano davanti all’imboccatura del fiume risalendo a piccoli gruppi in attesa che la marea salisse rendendo così più agevole la rimonta. Le catture si susseguivano a ritmi vertiginosi tanto che verso ora di pranzo eravamo tutti stanchissimi ed infreddoliti ; quello fu l’unico giorno in cui la pioggia non diede un attimo di tregua.
Quando Darrel ci propose di tornare al Lodge per un pranzo caldo ne fummo tutti felici non solo per il cibo ma, anche e soprattutto, per la possibilità di trascorrere ancora un paio d’ore con Darrel e la Sua famiglia.
Il pranzo come sempre fu eccellente ed al termine ci avviammo verso il porto di Valdez dove ci attendeva il nostro successivo accompagnatore. Pur essendo un tragitto già effettuato all’andata, le due ora di barca trascorsero in osservazione continua della selvaggia bellezza di quei luoghi.
Giunti al porto Darrel fece trasbordare i nostri bagagli dalla barca al motorhome quindi ci presentò Bob. Bob è un uomo di circa cinquant’anni dal fisico potente, dai lineamenti duri ma bonari allo stesso tempo e di una disponibilità quasi imbarazzante. Ricordo che quando ci stringemmo la mano e gli chiesi se Lui era la nostra nuova guida, mi rispose che era solo un autista di camper e che il giorno successivo avremmo incontrato una vera guida. Nei giorni seguenti scoprimmo che anche Bob, come Darrel, non solo era un’ottima guida ma anche un uomo eccezionale.

Sapendo che la breve tappa a Valdez era l’unico momento che avremmo passato a contatto con la civiltà, chiedemmo a Bob di accompagnarci in un negozio per comprare qualche souvenirs per mogli, figli, fidanzate od amici. Dopo questo impegno, che per Alberto, essendo l’unico scapolo, fu piuttosto lungo e gravoso, partimmo verso l’interno dell’Alaska con Bob che, oltre che guidare l’enorme motorhome, spiegava ciò che avremmo visto durante il tragitto e che, puntualmente, ogni volta che incontravamo qualcosa di interessante faceva una breve sosta per consentirci di scattare qualche fotografia.

A sole 25 miglia da Valdez ci trovammo in un ambiente completamente diverso da quello in cui avevamo vissuto per quattro giorni. Le montagne su cui eravamo non erano più alte di mille metri ma sembravano alte almeno tre o quattromila. Ovunque si potevano osservare grandi ghiacciai perenni che contrastavano nettamente con la verdissima vegetazione di basso fusto presente ovunque ; tra la vegetazione scorrevano una moltitudine di ruscelli che univano svariati piccoli laghi. Questo dedalo di piccole acque si riunisce in torrenti via via più grandi che, vista la modesta portata e la moderata pendenza, scorrono in modo dolce e sinuoso verso le grandi pianure ed i lunghi percorsi che li aspettano. In un ambiente già tanto bello si è immediatamente colpiti dalle dimensioni e dagli spazi immensi e, da qui, si comincia a capire perché l’Alaska viene chiamata la terra dei giganti.
Verso le otto di quella sera giungemmo ad un’area attrezzata sulle sponde del Talktena River, a poche miglia da Copper. Ci era stato spiegato che il Talktena è un affluente del Copper River per cui ci aspettavamo un fiume di modeste dimensioni. Il nostro obiettivo era l’incontro con i King salmon che, come dice il nome, sono i maggiori rappresentanti della famiglia dei salmonidi. Quando il camper si fermò tra le betulle a pochi metri dal fiume rimanemmo abbagliati e delusi dalla dimensione e dalla potenza di un corso d’acqua che sicuramente ha la portata del più grosso fiume italiano ma una velocità ed una turbolenza molte volte superiore. La delusione derivava sostanzialmente dal colore dell’acqua che invece che trasparente, come noi speravamo, era di quel colore tipico del disgelo e cioè di un azzurro grigio lattiginoso.

Mentre osservavamo perplessi il maestoso fiume, Bob accese il fuoco, preparò i letti ed apparecchiò la tavola con una velocità ed una perizia che ci sorprese, quindi ci fece sedere a tavola e cominciò a portare grandi pezzi di carne che cuoceva in continuazione. Insistemmo parecchio perché si sedesse a tavola con noi e, quando lo convincemmo, finalmente cominciammo a parlare con Bob ed a capire il suo modo di vivere. La reticenza nel cenare con noi era dovuta ad alcuni turisti americani che, quando si trovano in Alaska, gradiscono la presenza delle guide ma preferiscono mantenere le distanze. Dal momento in cui Bob capì che non ne avevamo alcuna intenzione cominciò a prestarci maggiori attenzioni e cortesie, per quanto fosse possibile.
Dopo l’eccellente cena a base di carne e patate decidemmo di fare due passi lungo il fiume prima di ritirarci per la notte. In una delle poche anse in cui il fiume rallentava leggermente Alberto vide saltare un grande salmone e, dopo pochi minuti, lo vedemmo anche io e Beppe. La corsa a mozzafiato sino al camper fu di breve durata ma piuttosto dura. Dopo pochi minuti eravamo nuovamente nell’ansa con le canne che lanciavano i nostri artificiali in continuazione. Pescammo per circa un’ora durante la quale vedemmo alcuni altri King ma non ottenemmo alcun risultato. Poco dopo mezzanotte tornammo al camper per riposare.

Il giorno seguente cominciò alle sette circa con l’ottima colazione approntata da Bob. Appena consumato uova, bacon ed altre prelibatezze partimmo per Copper, sita a circa 10 miglia, dove, alle 8 avevamo appuntamento con Mike Lanegan che sarebbe stato la nostra guida per qual giorno.
Mike era un uomo di 62 anni che ne dimostrava non più di 45 e con il solito spirito cordiale ed amichevole. Dopo i convenevoli e le presentazioni ci avviammo verso un’ansa del fiume dove Mike teneva ormeggiata la sua barca in alluminio com potente motore fuoribordo ; qui ci fece indossare pesanti giubbotti di salvataggio arancioni, che contrastavano non poco con il verde circostante, e ci fece accomodare sulla barca in modo da equilibrare i pesi poi, con la massima disinvoltura, lasciò trasportare la barca a valle dalla corrente quel tanto che bastava per uscire dall’ansa e quindi si buttò in piena corrente che cominciò a risalire. Pur constatando che la barca era molto stabile non ero affatto tranquillo durante lo spostamento su un fiume la cui velocità e potenza era paragonabile a quella di un fiume italiano durante una piena impetuosa. La mia apprensione cominciò a placarsi quando, percorse circa 3 miglia, la barca si accostò ad un isolotto e ci permise di poggiare i piedi su un solido ghiareto.
Chiedendo alcuni consigli a Mike circa gli artificiali da utilizzare cominciammo a lanciare le nostre esche proprio dove, qualche attimo prima, avevamo visto alcuni king saltare. Ci bastarono pochi minuti per renderci conto che in quel fiume era pressochè impossibile praticare la pesca con la mosca perché i salmoni stazionavano sul fondo in zone di corrente non sufficientemente moderata da consentire alle nostre esche di scendere abbastanza. Provammo per più di un’ora a cambiare impostazione oppure a pescare in zone ancora più tranquille e, qui, le nostre mosche arrivavano sul fondo ma non c’erano i salmoni.
Passata l’ora infruttuosa fummo richiamati all’ordine da Mike che ci fece risalire in barca comunicandoci in modo sicuro che era giunta l’ora di andare a prendere i pesci, ma non a mosca. Normalmente non avremmo accettato ma, vista la completa impossibilità di utilizzare i nostri attrezzi e la splendida giornata di sole che esaltava al massimo i colori e la natura circostante, decidemmo di seguire il consiglio.
La pesca che ci fece praticare Mike non aveva nulla in comune con la pesca a mosca ma, comunque, era davvero interessante.
Su potenti canne da 30 libbre dotate di mulinelli a bobina rotante era utilizzato un filo di nylon di notevole spessore (credo fosse uno 0,60) ; la montatura era costituita da due grandi ami in acciaio sopra i quali, a circa 20 centimetri, era fissato uno strano, coloratissimo aggeggio con due alette elicoidali a mo’ di devon ; circa un metro sopra questo strano apparato era fissato un affondatore idrodinamico che, calato in corrente, portava rapidamente l’esca sul fondo. Come condimento aggiuntivo Mike fissò sugli ami un grappolo di uova di salmone e quando tutto fu pronto diede una canna a me ed una a Livio, ci ordinò di lasciare quattro giri di lenza, pari a 5 metri, poi cominciò un esercizio davvero impegnativo. Mantenendo un equilibrio perfetto tra la forza del fiume e la spinta del motore posizionò la barca immobile proprio al centro di una forte corrente per poi lasciare scendere la barca verso il rigiro in cui avevamo visto i salmoni. La manovra era talmente perfetta che sembrava di essere all’ancora e non al centro di acqua turbolenta. Nei pochi metri che ci separavano dal punto di stazionamento dei salmoni, Mike ci spiegò che prima di ferrare dovevamo aspettare che il pesce quasi ci strappasse la canna di mano, che durante il combattimento era necessario assecondare le fughe laterali per non vedere il filo reciso dai denti. Appena spiegati i pochi concetti ci disse che le nostre esche erano in zona di pesca anche se, in realtà, ci eravamo spostati meno di 3 metri a valle e cominciò ad osservare la canna di Livio che, dopo non più di trenta secondi, avvertì una tocca notevole e poi una seconda ed una terza. Il mio amico, forse per l'emozione o forse per i lunghi trascorsi da pescatore di trote in montagna, ferrò in anticipo ottenendo di non allamare il pesce e di far alterare Mike. Questi, senza scomporsi più di tanto, mi disse che adesso era il mio turno e lasciò scendere la barca di mezzo metro. In quel preciso istante mi resi conto che quell’uomo conosceva il suo fiume ed i suoi pesci in modo incredibile ed ebbi la netta sensazione che era Lui a decidere quali pescatori avrebbero preso e che cosa. Mentre facevo queste considerazioni vidi che Mike si voltò ad osservare la punta della mia canna proprio qualche istante prima che si verificasse la prima tocca ; mi fece cenno di aspettare e così feci sentendo che in fondo alla lenza qualcosa di grosso stava dando morsi alla mia esca. Quando Mike mi urlò che era ora, la mia ferrata era già in corso anche perché, se avessi aspettato oltre, credo che la canna mi sarebbe stata strappata di mano dal pesce.
Con qualunque tecnica di pesca d’acqua dolce, quando si ferra un pesce, si ha immediatamente la sensazione di quanto può essere grande grazie a quel minimo di cedevolezza che ogni pesce manifesta negli attimi in cui viene punto da un amo e tirato da una lenza ; su quella ferrata non accadde niente di tutto questo, semplicemente la canna rimase piegata sino all’impugnatura per alcuni secondi e poi qualcosa di potente e misterioso cominciò a tirare verso valle sfruttando la veloce corrente. Il combattimento fu violento ma breve e dopo una decina di minuti il pesce entro nel capiente guadino di Mike. Era il mio primo King e pesava poco più di quindici chili. Anche se ne presi altri 3 più o meno della stessa taglia, in quella giornata, dedicai più tempo alla fotografia che alla pesca che, obiettivamente, era divertente ma non quella che mi aspettavo. Quel giorno tutti prendemmo grandi pesci tranne Livio che, probabilmente, non era troppo simpatico a Mike.
La certezza che la nostra guida conoscesse il fiume meglio di casa Sua l’ebbi poco dopo quando gli spiegai che facendo collezione di pesci imbalsamati mi sarebbe piaciuto avere un pesce oltre i venti chili da trattenere. Senza esitazioni risalì il fiume di qualche centinaio di metri e posizionò la barca in un rigiro di corrente dove, dopo avere innescato il solito grappolo di uova mi offrì la canna che però, visto che avevo appena preso un altro bel pesce, lasciai ad Alberto che, dopo 3 minuti, aveva già un grosso pesce in canna. Il recupero fu decisamente più movimentato rispetto a quelli precedenti e dovemmo seguire il fiume per quasi due chilometri scendendo rapide da brivido a velocità impressionante. Riuscii a scattare numerose fotografie durante la cattura che al peso risultò poi uno splendido king di 23 chili e con una livrea coloratissima.
Pescammo ancora un paio d’ore e poi, quando Mike disse che con sedici pesci allamati poteva considerarsi una buona giornata, tornammo al campo base dove Bob ci stava aspettando ; con la solita solerzia si occupò dei grossi salmoni trattenuti che da uno erano diventati tre in quanto anche Alberto e Beppe decisero di gradire un trofeo come quello in casa loro.
Prima di accomiatarci da Mike Lanegan questi ci offrì un suo biglietto da visita lamentandosi che ogni anno era costretto a farli ristampare e ne capimmo subito la ragione ; ogni guida che si rispetti riporta almeno un proprio dato saliente e quello scelto da Mike era il numero di king catturati nella sua carriera ed il numero sino all’anno precedente era di ventitremila prede.
Durante le ultime chiacchiere ed i saluti con Mike, Bob aveva avviluppato le nostre prede in sacchi di nylon, le aveva sistemate in grandi scatole termiche colme di ghiaccio in attesa di metterle nel congelatore del lodge che avremmo raggiunto in serata.
Partimmo quindi verso il nord sino all’imbocco della Denali Higway. Durante questo tragitto di circa 200 chilometri facemmo una sosta ad un distributore di carburante per rifornire il motorhome. Qui incontrai un personaggio decisamente caratteristico, un uomo di età indefinibile, di grande stazza, con una lunga barba bianca che, su un piccolissimo tavolo da lavoro, produceva mosche artificiali. La cosa più divertente era l’esposizione dei suoi modelli che erano appuntati, a migliaia, sulla banda del cappello, facendolo così somigliare più ad un albero di natale che ad un costruttore di mosche. Cominciammo a parlare e mi mostrò alcune scatole di mosche di sua produzione e quando riconobbi una buona riproduzione di un noto costruttore francese volle esibire tutte le sue creazioni e volle vedere tutte le mie mosche. Dopo una mezz’ora di confronti concludemmo un affare che non arricchì nessuno dei due ; ci donammo infatti alcune mosche a vicenda, ci scambiammo i reciproci biglietti da visita e ci salutammo.

Durante il tragitto verso nord si poteva osservare il cambiamento progressivo della vegetazione che si riduceva progressivamente di altezza per trasformarsi decisamente in tundra. Le immense distese che stavamo attraversando erano completamente disabitate, coperte di muschi e cespugli verdissimi e costellate da una miriade di laghi di ogni dimensione e di piccoli corsi d’acqua.
Non so dire quali fossero realmente le distanze ma la pianura su cui ci trovavamo era di proporzioni inimmaginabili e si perdeva all’orizzonte sul quale si stagliava nitido il massiccio del monte McKinley.
Eravamo quasi giunti a destinazione quando, attraversando un piccolo torrente, vidi alcune macchie rosse nell’acqua e, per curiosità, chiesi a Bob di fermare il camper. Scendendo al fiume rimasi affascinato dal colore dei red salmon che qui, ormai pronti per la riproduzione, erano perfettamente scarlatti offrendo un contrasto cromatico bellissimo tra l’azzurro del fiume, il verde delle sponde e la loro incredibile livrea.
Continuammo il viaggio per altre due ore e finalmente giungemmo al Tangle Inn Lodge accampagnati da pioggia e vento teso. Tempo di sistemarci nelle stanze e di fare una doccia calda fu ora di cena e ci trovammo seduti a tavola con Bob ad osservare, attraverso una grande finestra, il lago e le colline su cui si affacciava la graziosa costruzione in legno che ci ospitava.
Durante la cena incontrammo Jake, la nostra guida per i prossimi due giorni e concordammo che il mattino successivo avremmo pescato trote e temoli nel Middle Fork del Tangle River. Dopo gli accordi, una abbondante dose di birra ed un paio di bicchieri di wiskhey ci ritirammo nelle nostre stanze.

Il mattino seguente la colazione ci fu servita alle sette e dopo circa mezz’ora Jake si presentò di fronte al lodge con uno strano mezzo cingolato su cui salimmo accompagnati anche da Bob. Quel giorno le nostre guide erano armate di fucile e pistola il che ci lasciò presupporre una presenza massiccia di orsi.
Con il cingolato imboccammo una pista che si perdeva in mezzo alla tundra e ci vollero ben 3 ore per percorrere le dodici miglia di terre selvagge che ci dividevano dal fiume ; la bellezza del paesaggio alleviava un po’ il fastidio mio e di Beppe che, visto lo spazio angusto della cabina, facemmo tutto il viaggio sul cassone esterno, costantemente bersagliati dalla pioggia.

Quando finalmente arrivammo al fiume trovammo un qualcosa di molto diverso da quanto immaginavamo. Il corso d’acqua era decisamente di piccole dimensioni tanto che non superava in nessun punto gli otto o nove metri di larghezza ed il metro e mezzo di profondità, l’acqua era trasparente come cristallo ed il corso del fiume alternava tratti con basse correntine e buche a tratti in cui scorreva lentamente ed uniforme tra immense distese di erba palustre.

Sapendo che qui avremmo trovato trote e temoli preparammo l’attrezzatura leggera per la pesca a mosca secca e, sin dai primi lanci, ci rendemmo conto che prendere temoli era sin troppo facile ; in effetti ogni lancio un pesce saliva a prendere la mosca e dopo un’ora o poco più cominciammo a guardarci intorno per capire se c’erano altre possibilità di cattura. La prima cosa che vidi poche decine di metri a monte fu un discreto gruppo di red salmon in livrea riproduttiva e di buona taglia per cui chiesi a Jake se era possibile, in caso di cattura, trattenerne un’esemplare da imbalsamare ed egli mi rispose che essendo ormai in zona riproduttiva ciò non era consentito ma che, se ne avessi preso uno interessante, Lui non se ne sarebbe accorto. Camminai parecchio finchè avvistai l’esemplare che mi interessava. Era un bel red maschio di circa quattro chili e si distingueva dai suoi consimili sia per la taglia che per la splendida tonalità di rosso che aveva assunto e stazionava in un piccolo raschio profondo non più di mezzo metro. Montai un’imitazione di uovo di salmone e cominciai a lanciare prestando particolare attenzione che l’esca non fosse attaccata da altri esemplari che, se allamati, avrebbero sicuramente spaventato il mio salmone e dopo una ventina di minuti, finalmente, riuscii ad agganciarlo e, con una certa fatica dovuta all’uso dell’attrezzatura leggera, a salparlo.
La bellezza di quel pesce era stupefacente ed ancor più incredibile è il cambiamento di livrea e di morfologia che un pesce può raggiungere in pochi giorni. Solo alcuni giorni prima quel pesce era completamente argentato e di forma snella ed affusolata mentre, in quel momento, la forma del corpo si era modificata al punto di mostrare una gobbosità pronunciata ed un insieme di mascella e mandibola incurvati come una tenaglia ; la livrea era altrettanto sorprendente e simile più ad un pesce tropicale che ad un salmone ed i colori andavano dal rosso acceso su tutto il corpo al verde oliva della testa e della mandibola al bianco immacolato della mascella. Jake, come aveva previsto, mi offrì un contenitore per riporre la cattura di cui non si accorse.

Camminando ci accorgemmo che ogni angolo di quel fiume era stipato di temoli, red salmon e qualche rara trota iridea di dimensioni spropositate, oltre a qualche sporadico grande pesce non ben identificato che le nostre guide ci indicarono come trote di mare ma noi sapevamo bene che la risalita delle Steelhead non era ancora iniziata per cui immaginammo che si trattasse di qualche red salmon decisamente fuori taglia.

Il primo ad agganciarne uno fu Beppe che stava ancora pescando con l’attrezzatura leggera. La scena fu piuttosto divertente perché si svolse in un fondale di mezzo metro con corrente moderata per cui la visibilità era perfetta. Alla ferrata normalmente corrisponde una reazione del pesce che, con fughe repentine o salti, tenta di liberarsi ; in quel caso non successe assolutamente nulla e, quando Beppe mise in tensione il debole filo e lo agganciò, il pesce che, sicuramente superava i dieci chili, rimase perfettamente immobile ed ogni volta che il mio amico cercava di forzarlo, rischiando di spaccare la canna, si lasciava spostare di pochi centimetri per poi rimettersi immediatamente in postazione. Quando finalmente sposto lateralmente la testa, il filo si ruppe all’istante. Nonostante la mancata cattura ci fu un momento di grande ilarità perché avemmo tutti la sensazione che il pesce non si fosse accorto di avere un piccolo amo che lo tratteneva mentre il nostro amico era agitatissimo. Ci accorgemmo inoltre che i grandi pesci che incontravamo erano king e pescarli in piccoli fiumi trasparenti e con la mosca era davvero entusiasmante.
Usando canne di media potenza riuscimmo ad agganciare altri cinque king, tre io e due Beppe, ma non riuscimmo a portarne a riva nessuno. In ogni caso mi rimarrà sempre impresso nella mente il ricordo di quegli enormi pesci che, saltando all’altro capo della lenza, sollevavano grandi spruzzi e si manifestavano in tutta la loro potenza.

Alla fine della giornata avevamo catturato alcune decine di temoli e di red a testa. L’unico rammarico fu la completa mancanza di trote rainbow che vedemmo ma non catturammo.

Alle sette del pomeriggio ripartimmo alla volta del lodge ed io e Beppe che avevamo di nuovo scelto i posti all’aperto cominciammo a bere birra ed a commentare la giornata che volgeva al termine. Era piovuto molto per buona parte del giorno così che la pista era peggiorata ulteriormente tanto che ci vollero quattro ore per il ritorno. Arrivammo alle dieci stanchi ed infreddoliti e, dopo una buona doccia calda ed una abbondante cena, andammo a dormire.

La giornata seguente sarebbe stata, per noi, l’ultimo giorno completo di pesca in quanto, quello successivo, avremmo pescato solo più facendo qualche tappa lungo il tragitto di ritorno a Valdez. Fu il giorno più deludente non tanto per la catture che, anche se solo di temoli e trote di lago, furono numerose, quanto per l’ambiente che non piacque in modo particolare a nessuno di noi.
Pescammo nel braccio del Tangle River che si forma all’uscita del Tangle Lake situato proprio di fronte al Lodge. Jake ci portò attraverso il lago con un veloce idrogetto sino al fiume che raggiungemmo in venti minuti. Questi è il tipico fiume stagionale del grande nord e, mentre d’estate scorre tra verdi colline ed è ricco di pesce, d’inverno ghiaccia completamente impedendo ogni forma di vita ed i pesci, prima del gelo, migrano verso il lago superiore o quello inferiore.
Questi aspetti limitano la presenza di pesce grande che, ovviamente, preferisce rimanere nelle profondità tranquille dei laghi e trasmettono la sensazione di un fiume “morto” ovvero senza insetti e quindi senza attività in superficie dei pesci.
In ogni caso la quantità di temoli risaliti dai laghi era notevole e ne catturammo moltissimi di media taglia e qualcuno più grande ; la cosa più sorprendente era che un pesce tipicamente insettivoro, costretto dalle condizioni climatiche ed ambientali, avesse cambiato il proprio modo di alimentarsi al punto da attaccare con violenza le imitazioni di sanguisuga.
Sempre con queste esche piuttosto voluminose catturammo alcune trote di lago che, sicuramente, non hanno nulla a che vedere con le nostre lacustri. Quelle catturate in fiume non superavano i due chili mentre nei laghi, pescando a spinning, alcuni pescatori avevano portato a riva superbi esemplari di oltre dieci chilogrammi. La livrea di quei pesci era decisamente diversa da qualunque salmonide avessi mai visto ed era caratterizzata da un dorso nero verdastro che sfumava in verde intenso sui fianchi sino al bianco del ventre. Su tutto il corpo erano presenti riflessi bluastri ed un’infinità di puntini e striature bianche.
Come già detto, nonostante numerose catture, l’ambiente non entusiasmò nessuno di noi e vivemmo l’ultimo giorno di pesca in Alaska in modo triste e malinconico.

Il viaggio di ritorno verso la civiltà lo facemmo con Bob sino ad Anchorage dove cenammo a casa Sua e passammo la notte. Il mattino successivo Bob ci accompagnò per la città e ci portò in un megastore di articoli per la pesca, in seguito ci trasportò sino all’aeroporto dove ci abbracciammo come vecchi amici con la promessa di rincontrarci in futuro.

Ora l’Alaska è solo un lontano ricordo. Sto pianificando il viaggio per la prossima estate con l’intenzione di tornarci con la mia famiglia sperando che le fantastiche sensazioni che ho vissuto possano essere, almeno in piccolissima parte, condivise da mia moglie e dalle mie bambine.