Schegge d’argento
Fabrizio Moglia


In molte zone del mondo esistono pesci anadromi ed altri eurialini. Questi ultimi hanno la caratteristica di vivere in acqua dolce e di scendere in mare per la riproduzione, quelli anadromi, invece, fanno esattamente l’opposto e proprio per questo motivo sono una forte attrattiva per i pescatori con la mosca che, per circa dieci giorni all’anno possono misurarsi con quei poderosi avversari che sono le Cheppie (Alosa Fallax). In Italia esistono pochi fiumi in cui ogni anno si ripete quello straordinario fenomeno della natura che è la risalita e la riproduzione e, solo in anni in cui tutte le condizioni si presentano ottimali, si verifica una presenza massiccia di pesci nei fiumi. Il tutto viene complicato da una variabilità, di anno in anno, del fenomeno che può iniziare dai primi giorni di maggio sino a tutto giugno.
L’insieme delle cose crea una notevole difficoltà a tutti i pescatori non rivieraschi che rischiano molte uscite infruttuose arrivando spesso alla erronea conclusione che le cheppie sono ormai quasi scomparse oppure che sono difficilissime da catturare.

Lo scetticismo su questo splendido pesce è un luogo comune per la maggior parte dei pescatori ed io stesso, fino a poco tempo addietro, ero uno dei tanti che dopo alcuni timidi e sporadici tentativi ero giunto alla classificazione della cheppia come pesce fantasma.

Quando l’amico Giovanni mi telefonò per informarmi che sul versante Adriatico era iniziata la risalita accolsi la notizia con entusiasmo ed interesse ma con grande perplessità per cui, il giorno successivo, durante il lungo tragitto autostradale per arrivare al fiume, tempestai l’amico di domande che erano una miscela tra la bramosia di apprendere qualcosa di nuovo in campo alieutico ed una verifica che dissipasse i miei dubbi.

Arrivati sullo splendido fiume mi misi in attenta osservazione del mio amico e dei pochi altri pescatori presenti per avere almeno una vaga idea di come si potessero insidiare quegli stupendi predatori e, dopo circa venti minuti di osservazione alternata a qualche sporadico tentativo, senza alcun risultato ne mio ne degli altri pescatori, i miei dubbi cominciarono a rinforzare con una velocità tale che si sarebbero erroneamente trasformati in certezze se non fosse successo qualcosa in tempi brevi. Dopo un paio d’ore di tentativi a vuoto mi accorsi che eravamo sotto un sole martellante e che il mio organismo cominciava a reclamare acqua e sali minerali per cui tornai verso la vettura parcheggiata poco distante dove mi dissetai dando fondo alle scorte di acqua fresca.
Pochi minuti dopo, appena incamminatomi alla volta del fiume, mi accorsi che il mio amico si era spostato di circa duecento metri a valle rispetto alla postazione precedente e pescava da un ghiareto dolcemente degradante verso una sponda ripida e calcarea sulla quale spiccavano i fori creati dai gruccioni per nidificare. Mi portai sulla sponda in questione per osservare il fiume ed il mio amico dalla parete a picco sull’acqua. Il punto in cui mi trovavo era ombreggiato ed una leggera brezza rendeva l’aria più respirabile, la visuale era eccellente in quanto i quattro o cinque metri di altezza consentivano di osservare tutta la spianata e, con l’ausilio dei miei occhiali polarizzati cominciai ad osservare l’acqua alla ricerca di qualche pesce. Dopo alcuni secondi notai, proprio sotto la parete da cui osservavo, un grosso masso che spezzava la corrente e proprio al di sotto, in quella zona dove l’acqua si placa grazie al riparo offerto da un qualunque ostacolo, vidi un branco piuttosto consistenti di pesci di media taglia che stazionava tranquillo in prossimità del fondale. La forma dei pinnuti, vista dall’alto, era molto simile a quella delle savette per cui rimasi parecchio tempo ad osservarle senza nessuna velleità. Alcuni minuti più tardi, il mio amico, che stava pescando sulla sponda opposta a scendere, arrivò proprio di fronte al mio punto di osservazione ed al primo lancio proiettò la sua imitazione di pesciolino nel rigiro d’acqua a ridosso del grande masso. Con mia grande sorpresa vidi una delle sagome argentee staccarsi dal branco per inseguire lo streamer senza peraltro attaccarlo; la stessa scena si ripetè per tre volte quindi il mio compagno di pesca passò oltre.
Immediatamente mi sovvennero due pensieri: il primo fu che probabilmente stavo osservando non delle savette ma un discreto branco di cheppie che, data la mia inesperienza, non avevo riconosciuto, il secondo fu che i mancati attacchi all’esca del mio compagno di pesca probabilmente dipendeva dalla traiettoria dell’artificiale che era, data la posizione del pescatore, perpendicolare alla corrente. In questo modo l’esca non riusciva ad affondare a sufficienza e passava sopra i pesci e non in mezzo ad essi.
Con questo pensiero scesi lungo la ripida riva su cui mi trovavo per portarmi, a guado, proprio a monte del masso. In questo modo avrei potuto pescare con lenza parallela alla corrente e, soprattutto, avrei potuto sfruttare la zona di acqua calma, per far meglio affondare la lenza.
Lanciai ad una quindicina di metri, lasciai affondare la lenza sino a quando la sentii toccare il fondo ghiaioso e quindi iniziai un recupero a strappi brevi ma velocissimi e con il vettino della canna affondato di almeno quaranta centimetri nell’acqua, il tutto per mantenere l’esca vicino al fondo il più possibile.
Durante il primo recupero avvertii uno strattone ma non riuscii a capire se fosse provocato da un pesce oppure da un ostacolo che involontariamente avevo sfiorato.
Al secondo recupero si ripetè più o meno la stessa scena con l’unica differenza che la lenza rimase tesa e la canna piegata. Maledetto ramo sommerso pensai nello stesso momento in cui l’acqua si ruppe ed una sagoma argentata e decisamente più vispa del ramo che pensavo di avere agganciato cominciava a fare il diavolo a quattro.
Recuperando la prima cheppia della mia vita pensai che doveva trattarsi di un pesce enorme paragonandone la forza a quella di trote o temoli che sono le mie catture abituali. Rimasi quindi non poco stupito quando mi trovai in mano un pesce di poco più di mezzo chilo.
Giusto il tempo di una fotografia scattata con una mano e la cheppia tornò libera. L’istantanea non fece giustizia di quel pesce che era ben più bello di quanto recitava la carta stampata. La forma era quella di una enorme sardina oppure di un minuscolo tarpon; in ogni caso, essendo la cheppia un clupeide, entrambi i paragoni non sono poi così sbagliati. I colori sono difficilmente descrivibili e sicuramente non riproducibili in fotografia per l’intensità dell’argento e di tutte le sfumature di colori tenui, quali il rosa e l’azzurro sempre, comunque, miscelati a ciò che sembra polvere d’argento. Alcune parti del pesce quali bocca, opercoli ed in parte anche il ventre sono di una delicatezza di colore quasi impalpabile tale da apparire semi trasparente. L’insieme di tutte le tonalità e delle trasparenze danno alla cheppia un aspetto diverso da qualunque altro pesce.
Mentre riflettevo su forma e colore mi resi conto di quale splendido e commovente fenomeno della natura si stava verificando sotto i miei occhi. Mi trovavo a monte di Parma e quindi, via acqua, a circa quattrocento chilometri dal mare.
In quel momento assistevo allo stesso fenomeno che in altre nazioni e con altri pesci, genera una grande euforia popolare e festeggiamenti di vario genere.
L’unico pesce che dal mar mediterraneo risale le acque dolci per riprodursi è la cheppia e spero che la nostra gestione delle acque consenta alle stesse di mantenere un livello accettabile non solo per noi o per pesci poco esigenti, ma anche per questo stupendo predatore.

Sia quel giorno che in altri successivi catturai e rilasciai molte altre cheppie tranne una che trattenni e portai dal mio amico tassidermista. Agostino sa seguire bene le indicazioni che normalmente gli fornisco perché mi prepari un trofeo che rispecchi il vero quanto più possibile. Per quella cheppia rischiai di perdere l’amicizia tanto fu il tempo che il buon Agostino dovette spendere ad ascoltare le mie spiegazioni sul colore argento rosa, argento azzurro ed altre tinte che probabilmente, sino a quel giorno, nessuno gli aveva spiegato.
Devo ammettere che il lavoro di preparazione di quel pesce raggiunse l’obiettivo sperato ed oggi fa bella mostra di se sulla parete di casa mia dedicata ai pesci.
E’ talmente vicina alla realtà che, ogni volta che un amico osserva la mia collezione, si sofferma sulla cheppia e la domanda che segue è : “ Sei sicuro che un pesce possa avere colori del genere ?”