Incontri ripetuti
Fabrizio Moglia


La grigia giornata d’autunno passava con indifferenza sul grande Fiume che, come sempre, osservava il lento alternarsi delle ore, poi dei giorni, dei mesi, degli anni e dei secoli. Nell’aria aleggiavano i sapori ed i rumori che precedono l’arrivo del freddo vero ed un refolo di vento, talvolta, faceva fremere le fronde dei salici ormai quasi spogli.
Tutti gli animali apparivano ansiosi di fare, combattuti tra il timore della lunga stagione fredda e la gioia di vedere i loro territori non più invasi dall’uomo.
Nella luce inconfondibile della grigia ma limpidissima giornata di novembre, in distanza, si stagliava il Monte che dà la vita al grande Fiume ; la neve copriva buona parte della montagna e, grazie ad uno dei rari raggi di sole che filtravano attraverso la coltre di nubi, questa spiccava come una pennellata color cremisi in mezzo ad uno sfondo fosco. Stranamente, di tutta la montagna, l’unica parte spoglia era quella superiore, probabilmente a causa del forte vento che soffiava sino al giorno precedente.

Il Fiume era bellissimo, e, come spesso accade all’occhio che si ferma alla superficie dell’acqua appariva plumbeo e piatto. Il tortuoso nastro d’acqua era levigato come una lastra di metallo, increspato solo dai veloci raschi che dividevano una spianata dall’altra ; sotto la superficie la vita continuava con i ritmi frenetici che solo un pescatore con la mosca riesce a percepire.

Quel giorno mi trovavo su un isolotto facilmente raggiungibile a guado ed ero completamente immerso in tutto ciò che mi circondava al punto che tutte le mie molecole vibravano all’unisono con le molecole dell’acqua ed ero, anche se solo in apparenza, assorto nei miei pensieri. In realtà stavo osservando la porzione di fiume a monte dell’isola dove l’acqua, al termine della lunga spianata, accellerava per poi formare una lieve increspatura dove isola e fiume si incontravano. Quello era il punto dove le ninfe delle effimere arrivavano prima verso la superficie sia per la velocità dell’acqua sia per la ridotta profondità ed era proprio lì che più volte, in giorni precedenti, avevo visto bollare un grosso pesce.
Io credo che una pescatore con la mosca, in alcuni momenti, abbia una percezione di quanto sta per accadere non del tutto spiegabile secondo criteri razionali e, quel giorno, ero nella quiete più assoluta ma percepivo che qualcosa sarebbe accaduto per cui l’osservazione dell’acqua in modo quasi maniacale era volta alla ricerca di qualunque piccolo segno che potesse far presagire l’imminenza della schiusa.

Dopo circa un’ora di interminabile attesa cominciarono ad emergere le prime effimere e questo alleviò solo in parte la mia sensazione di ansia e le elucubrazioni naturali in questi momenti. Dopo pochi minuti le piccole Baetis che si lasciavano trasportare dalla corrente aspettando l’asciugarsi delle ali prima di alzarsi in volo accesero la curiosità di molti pesci, tanto che in molte zone del Fiume le tranquille bollate ornavano di cerchi concentrici e semoventi la piatta superficie.

Tutto era in evoluzione e tutto con i giusti tempi ma non il grande pesce che aspettavo. Avrei potuto prenderne molti altri ed anche qualcuno bello ma ormai avevo deciso quale sarebbe stato il mio avversario e non avrei cambiato idea.

L’attesa durava da oltre un ora dal momento in cui era iniziata la schiusa che, nel frattempo, stava scemando di intensità ed il numero di insetti presenti sull’acqua era sempre più ridotta, tanto che anche gli altri pesci, prima in attività, ora stavano bollando solo più in modo saltuario. Osservando l’acqua più attentamente notai che stavano iniziando a passare un discreto numero di effimere alla fine del loro ciclo vitale, non certo le stesse che avevano originato la schiusa che stava volgendo al termine e capii che il pesce con cui volevo misurarmi, se avesse iniziato a nutrirsi in superficie, lo avrebbe fatto su quella nuova e, per me, inattesa fonte di nutrimento.

Mentre legavo al finale un’imitazione di spinner su amo del 16 sentii un rumore simile a quello di una grossa bolla d’aria che si libera dall’acqua. Il rumore arrivava esattamente da dove mi aspettavo e non alzai nemmeno la testa dal lavoro manuale che stavo ultimando perché già sapevo che era il pesce. Quando finalmente terminai la legatura potei osservare e ciò che vidi fu un piccolo gorgo attorno al quale si espandevano cerchi di notevoli dimensioni che la corrente mi portava incontro mentre si dissolvevano. Il pesce bollava con una frequenza estremamente elevata ma regolare al punto che ogni volta che i cerchi in dispersione mi arrivavano vicino agli stivali, 10 metri a monte si apriva un’altro piccolo gorgo.

Iniziai ad allungare la lenza ed in quei pochi secondi pensai a tutto quello che sarebbe successo dopo, dando quasi per scontato che il pesce avrebbe preso il mio artificiale. Posai la mosca a monte del pesce di quasi 2 metri e la seguii con attenzione ed i nervi a fior di pelle sino a quando arrivò esattamente nel punto in cui il pesce avrebbe dovuto prenderla.
E la prese.

In alcuni momenti sembra che il mondo cambi marcia e questo era uno di quei momenti. Appena ferrai, il grande pesce reagì con un attimo di stupore poi partì verso monte con tutta la potenza e la velocità che era in grado di sviluppare ma, fortunatamente, avevo già vissuto tutto questo nella mia immaginazione o percezione.
La lotta, per quanto impegnativa, fu ben poca cosa in confronto a tutto ciò che era stato prima ed in pochi minuti potei slamare e rilasciare con tutte le attenzioni possibili un bellissimo temolo di oltre 50 centimetri.

Il pesce, stanco per la lotta, stazionò per parecchi secondi sopra un letto di erbe in pochi centimetri d’acqua dove si poteva osservare in tutta la sua bellezza. La grande pinna dorsale multicolore e le altre pinne, di un azzurro intenso, sono impressi in modo indelebile nel serbatoio dei miei ricordi di pescatore.

Mi è sempre piaciuto pensare che il pesce si fosse fermato sulle erbe proprio perché potessi farne un’istantanea mentale e non per stanchezza ed ogni tanto, quando mi ritrovo sulle sponde del grande Fiume, in attesa delle schiuse, ritorno con la mente al vecchio amico che incontrai in quel giorno d’autunno e poi altre due volte nell’estate successiva.

Dopo quei tre incontri non lo rividi più ma spero che stia ancora pinneggiando nel grande vecchio Fiume.