La quiete palpitante della sera
Fabrizio Moglia


Nelle calde giornate di luglio tutto appare oppresso dall’afa ed in attesa della notte che, normalmente, porta un po’ di sollievo. Tutta la natura è in pausa tranne le cicale che con il loro frinire ininterrotto spezzano il silenzio quasi innaturale che regna su tutte le cose.

Nella vasta pianura carsica, dove le coltivazioni di pioppi e di mais hanno completamente soppiantato la vegetazione indigena scorre sinuosa la risorgiva, come per spezzare la monotonia del paesaggio. L’unico elemento che ne denuncia la presenza è la fitta vegetazione ripariale che spicca nettamente tra le piantagioni ed offre rifugio ai molti animali la cui vita gravita intorno al corso d’acqua.
Da tutto l’arco alpino, che si staglia tremolante ed indistinto all’orizzonte, scendono numerosi corsi d’acqua ed alcuni, dove inizia la pianura, filtrano parzialmente o globalmente nel sottosuolo, scorrono per chilometri sotto la superficie per poi rinascere, in diversi punti della pianura, sotto forma di minuscole risorgive. Questi piccoli corsi d’acqua, correndo verso valle, si uniscono tra loro formando la risorgiva principale che, dopo alcuni chilometri, scompare in modo repentino in mezzo alle campagne ; un vero e proprio fiume che nasce dal nulla e muore nel nulla.
La caratteristica più interessante del corso d’acqua è che, essendo tutta l’acqua filtrata mentre scorre in profondità, rinasce con una purezza ed una trasparenza paragonabili a quelle di un torrente di montagna ; tutto questo favorisce in modo notevole lo sviluppo della vita acquatica tanto che, sia la vegetazione che la fauna, è incredibilmente ricca.

Questi ambienti rappresentano la massima espressione della pesca con la mosca sia per la presenza di grosse trote estremamente diffidenti sia per i tanti ostacoli che madre natura ha posto sul cammino del pescatore.

Nei giorni d’estate anche l’acqua appare piatta e priva di ogni segno di vita, il caldo e l’umidità rasentano i limiti di sopportazione di qualunque essere umano e l’intricata vegetazione crea non pochi problemi a chi non ha una perfetta padronanza del lancio così, molti pescatori vengono attratti da questo ambiente ma, dopo alcuni tentativi, cominciano a desistere e, normalmente, nei pochi giorni davvero buoni, rimaniamo sempre i soliti, pochi amici a pescare nella risorgiva.

E’ il “nostro” fiume e la pesca è un rito che segue sempre le solite fasi ovvero tutti arriviamo sull’acqua separatamente, al tramonto e nella massima segretezza perché ognuno di noi ha individuato una trota che consideriamo proprietà privata ma tutti sappiamo dove sono appostati gli altri. Tutte le sere aspettiamo immobili tra la vegetazione sino a notte fonda e poi ci si incontra sul ponte per fumare una sigaretta o raccontare una cattura o semplicemente per un rituale ormai consolidato.

Nelle serate della stagione calda si manifesta la schiusa delle mosche di maggio, grandi insetti acquatici gialli che riescono a stimolare l’appetito delle trote più restie a manifestarsi. Sono momenti di breve durata ma di grande intensità dove il pescatore con la mosca, teso come una corda di violino, rimane immobile con la speranza di vedere le mosche di maggio cullate dolcemente dalla corrente e, soprattutto, qualche grossa trota che inizia a cibarsene rompendo fragorosamente la superficie dell’acqua. Quando questo avviene si ha una possibilità di cattura.

In quel luglio di alcuni anni addietro ero solito andare sul fiume tutte le sere e, quella sera, essendo giunto nettamente in anticipo rispetto all’ora della schiusa feci una cosa inconsueta e cioè una passeggiata lungo le sponde a valle del posto in cui avrei aspettato la mia trota, sapendo perfettamente che le trote si sarebbero spaventate e non sarebbero entrate in attività per tutta la sera, in tutto il tratto sulle cui sponde avevo camminato.

Quando il sole scese dietro le montagne mi avviai, risalendo, verso la meta di quella sera e, poche decine di metri prima di giungervi, notai, con stupore, ciò che mi parve una bollata di una grande trota. A quel punto cambiai obbiettivo e decisi di aspettare che l’ipotetica trota si manifestasse nuovamente e nella mezz’ora che intercorse sino al buio nei miei pensieri viaggiarono tante ipotesi e tante fantasie attuando quel processo mentale naturale che porta ognuno di noi a dover vedere o capire prima di poter appurare. Seguendo i miei pensieri immaginai la conformazione del fondale, la tana della trota, la trota stessa, il suo modo di nutrirsi, la sua abitudine di catturare le mosche di maggio solo negli ultimi minuti di luce. La puntura di una zanzara un po’ più fastidiosa delle altre mi richiamò dalla dimensione parallela in cui mi trovavo a quella reale e mi accorsi che era buio per cui mi incamminai verso il ponte dove gli amici stavano già seduti a parlare.

Per tutto il giorno successivo, benchè immerso nelle attività lavorative, spesso tornavo con la mente alla trota percepita la sera prima e, con il passare delle ore, cresceva il dubbio che ciò che avevo visto non fosse ciò che pensavo. Al tramonto tornai sul fiume e senza molte riflessioni mi appostai in attesa della trota presunta. L’attesa durò per circa un’ora che parve molto più lunga di quanto non fosse in realtà e la mente non diede un attimo di tregua ponendo un’infinità di domande e fornendo altrettante risposte, probabilmente tutte sbagliate.
Dopo un ora di tormento ero quasi convinto che la trota fosse frutto della mia immaginazione ma dovetti ricredermi. Il flusso delle mosche di maggio sulla superficie era iniziato già da parecchi minuti e mentre i rintocchi del campanile più vicino segnavano le nove, un grande gorgo si aprì nell’acqua a 6 o 7 metri da dove mi trovavo. Mi ritrovai con il cuore in gola, l’imitazione di mosca di maggio in mano e la canna pronta a lanciare ed attesi una seconda bollata che, con mio stupore e delusione non si verificò per cui, aspettai la notte, feci un lancio senza molte speranze e mi avviai verso il ponticello.

Durante la lunga giornata successiva provai ad elaborare un numero pressochè infinito di teorie e supposizioni ma nessuna mi convinceva quindi decisi che non avendo stabilito una tattica razionale, quella sera, se la trota si fosse manifestata, non avrei aspettato una eventuale seconda bollata ma avrei lanciato immediatamente.
La trota fece una bollata alla stessa identica ora della sera prima ed iniziai a lanciare. Durante il primo passaggio dell’artificiale sul pesce mi parve di vedere un leggero rigonfiamento dell’acqua ed immaginai che il pesce fosse salito a vedere la mosca ma, accorgendosi dell’inganno, si fosse ritirato in tana terrorizzato. Anche quella sera continuai a lanciare senza la minima convinzione di prendere il pesce ma con tre certezze : che la trota non era frutto della mia immaginazione, che era grossa e che era decisamente difficile.

Nei giorni successivi tornai sul fiume e per sei sere consecutive osservai la trova fare una bollata alle nove in punto per poi non ripetersi più. Per sei sere non feci neanche un lancio perché l’unica certezza che avevo acquisito era che quel pesce era troppo esperto per cadere in inganno se non in situazioni particolari. Passai sei giorni a cercare una spiegazione ad un fatto inconsueto ossia quello di un grande pesce che, uscito dalla tana, prende un solo insetto e poi smette ma non trovai alcuna giustificazione che mi convincesse minimamente per cui continuai a tornare sul fiume con la speranza di capire lo strano comportamento della trota.

L’otto di luglio era la nona sera che tornavo in postazione d’attesa pronto alla solita routine rappresentata dall’accurato appostamento, la preparazione dell’attrezzatura, la spasmodica attesa tra le punture delle zanzare ormai avvezze al sapore del mio sangue, i nove rintocchi del campanile, la singola bollata, il buio, il ponticello e cosivia.
In effetti tutto si verificò secondo lo schema a cui, ormai, ero abituato sino ai nove rintocchi del campanile, poi successe qualcosa di diverso che non notai immediatamente. Partendo dal presupposto che le trote non sanno contare i rintocchi non mi stupì più di tanto non vedere la bollata durante il suono della campana né durante i primissimi minuti successivi. Ma quella sera passò una ventina di minuti prima che la mia trota si manifestasse. Qualcosa di importante era cambiato ma non sono mai riuscito a capire che cosa, comunque la trota si era spostata a valle di alcuni metri e fece la solita bollata a non più di tre metri di distanza da me ; presi atto della variazione ma con distacco e senza capire che lo spostamento del pesce poteva avere conseguenze diverse da quelle solite. Mentre la mia mente, ovviamente, si chiedeva perché si era spostato si verificò la seconda bollata e, mentre iniziavo il lancio la terza.
La mosca, vista la breve distanza, si posò con delicatezza e precisione esattamente dove avrebbe dovuto e, percorso poco più di un metro, scomparve al centro del gorgo che per nove sere mi aveva assillato.
Al momento della ferrata avvertii un peso ed una forza che non osavo pensare ma capii che se avessi dato il tempo al pesce di organizzare la sua difesa avrebbe vinto lui per cui, istintivamente esercitando una trazione superiore a quella normalmente consentita dal filo e dall’attrezzatura trascinai brutalmente il pesce nel retino poi mi ritrassi velocemente sulla sponda.

Il miscuglio di emozioni era tale che non osavo guardare la trota e quando lo feci, nella penombra crepuscolare una sagoma scura costellata di puntini e dal ventre bianco si offriva splendida alla mia vista ; il fatto che fosse lunga 62 centimetri era importante ma non quanto la dinamica della cattura.

Quella sera non andai al ponticello ma restai seduto sulla riva sino a tardi e dopo l’euforia iniziale subentrò una sensazione che non so dire se fosse tristezza, amarezza o cos’altro ma che, sicuramente, mi faceva sentire il buio, il caldo, le zanzare ed il silenzio. E’ vero che era la trota più grande che avessi mai preso nella risorgiva ma fu anche l’ultima che trattenni ed oggi, ogni volta che in casa osservo il mio trofeo, rivivo quelle serate con una profonda malinconia.