Verso le vette
Fabrizio Moglia

Nei primi giorni di luglio il disgelo volge al termine ed anche alle quote più alte la natura si risveglia. Lo scioglimento della neve ormai è finito e l’acqua dei torrenti montani scende bruscamente di livello e ritorna alla cristallina trasparenza di sempre. In questi momenti tutti, o quasi, i pescatori che hanno frequentato il torrente spariscono perché, con livelli bassi ed acque trasparenti, le trote sono difficilmente insidiabili con tecniche di pesca tradizionali però, per i pescatori con la mosca, si apre un periodo ricco di opportunità.

Tutti i corsi d’acqua che scendono dall’arco alpino occidentale vengono chiamati indistintamente torrenti ma non ne esistono due con le stesse caratteristiche. L’unico elemento comune è legato all’appartenenza allo stesso bacino imbrifero e quindi alla tributarietà verso il grande fiume a cui tutti, direttamente od indirettamente, sono legati.

Alcuni torrenti appaiono in tutta la loro esaltante bellezza, ricchi di acqua, con sponde naturali e quanto di meglio può essere offerto all’osservatore. Altri si presentano come un rivolo d’acqua in un alveo ampio e, spesso, manomesso dall’uomo.

I più significativi sono quelli che non si manifestano affatto e, questo, è un fenomeno piuttosto comune lungo le strade che costeggiano il basso corso dei torrenti. Capita, alcune volte, di osservare un bell’alveo di roccia perfettamente asciutto ed immaginare che la sorgente che forma quel torrente sia solo stagionale, seccando quindi nel periodo caldo. In molti casi questo accade realmente ma in altri è solo un’apparenza ingannevole e dovuta a captazioni idriche oppure a fenomeni carsici che, nei momenti di secca, permettono all’acqua di filtrare nel sottosuolo per, poi, riaffiorare in superficie molti chilometri a valle.

Questo è esattamente il caso del Torrente che non c’è. Chi passa sul ponticello del paese può osservare, in inverno, un torrentello di montagna con vegetazione, sassi ed acqua mentre, in estate, può osservare solo sassi.

Un giorno di luglio di alcuni anni addietro, non conoscendo le caratteristiche del torrente, ci andai per pescare e dopo avere lasciato l’auto sullo spiazzo adiacente il ponticello ed essermi cambiato, partii con la mia canna da mosca con l’intenzione di risalire il corso d’acqua. Mi avvicinai con circospezione al torrente e rimasi deluso ed interdetto nell’accorgermi che mi ero portato al centro dell’alveo su cui non scorreva una goccia d’acqua. Ero già pronto a tornare all’auto per cambiare destinazione quando intravidi, tra la vegetazione, un essere umano che scendeva verso valle con la circospezione che usa solo chi non vuole essere notato e rimanendo immobile, quando mi passò a pochi metri di distanza, capii che si trattava di un pescatore.

A quel punto, ovviamente, la curiosità mi tormentava per cui, senza pensarci troppo cominciai a risalire il letto del torrente completamente asciutto. Il pescatore che avevo visto poco prima non era certo un “turista” ma un valligiano e quindi era probabile che fosse a conoscenza di qualche tratto di torrente oppure di qualche lago alpino pescabile anche in quella stagione. Mentre elucubravo su tutte le ipotesi che mi venivano in mente continuavo a salire con il fiato e la speranza che diminuivano ad ogni passo e, dopo oltre un’ora di marcia, ero quasi giunto alla conclusione che chi avevo visto scendere arrivasse da qualche remoto laghetto di altissima quota. Dopo altri venti minuti circa ero talmente assorto nei miei pensieri che, inciampando in un sasso, persi l’equilibrio e mi ritrovai in ginocchio con una mano appoggiata per terra, solo che dove avevo appoggiato la mano c’erano alcuni centimetri d’acqua che ristagnavano tra le grosse pietre. Poteva anche essere una pozza di acqua piovana ma, comunque, mi diede l’impulso per continuare a camminare e, dopo alcune centinaia di metri, trovai l’acqua. Era poca ma, sicuramente, sorgiva e corrente. Certo non permetteva la vita dei pesci ma il fatto che lì ci fosse mentre a valle era sparita lasciava l’illusione che a monte ce ne fosse di più.

Dopo altri tre o quattrocento metri mi ritrovai di fronte ad una diga di circa sei metri di altezza da cui debordava il rivolo d’acqua che mi aveva spinto sin lì. Passando tra i boschi della scoscesa parete che delimitava la diga mi arrampicai su quell’obbrobrio di cemento, orribile e stonato in quell’angolo di natura quasi selvaggia e mi accorsi che sul lato destro orografico della diga partiva un canale di dimensioni cospicue che si appropriava di quasi tutta l’acqua del torrente.

Sopra la diga l’acqua era abbondante ed il torrente bellissimo, ripido ed impetuoso nel primo tratto, quasi pianeggiante e placido nel tratto superiore dove, scorrendo in mezzo a verdissimi alpeggi, ospitava splendide trote fario nate e cresciute in loco.

La pescata di quel giorno fu interessante ma non indimenticabile se non per il fatto che quel tratto di torrente, che per pochi intimi, è conosciuto come il Torrente che non c’è rappresenta uno dei tanti contrasti che la natura è in grado di offrirci.
Il paradosso è legato ad un opera scellerata degli uomini che hanno costruito la diga devastando, ovviamente, il torrente che era in origine dal manufatto in giù ; allo stesso tempo, e sicuramente non in modo intenzionale, la costruzione della diga ha salvaguardato in modo impeccabile la parte superiore del corso d’acqua che, ancora oggi, scorre incontaminato dalla sorgente alla diga.